In ambito SEO, spesso si sente parlare di link building. Si tratta di un tipo di attività finalizzata allo scambio artificiale di link. Lo scopo, di chi la pratica, è di provare ad aumentare il valore del sito che riceve collegamenti ipertestuali da altri siti. La finalità è far credere ai motori, Google in particolare, che tale sito goda di particolare importanza.

Perché la link building è diffusa

Google, come noto, utilizza migliaia di algoritmi per classificare siti internet. Tra questi, anche il noto PageRank. Seppur la traduzione dall’inglese possa risultare scontata, Page in realtà viene dal nome del co-fondatore Larry Page, autore dell’algoritmo, e non da Page inteso come pagina.

Questo algoritmo assegna un valore ad ogni elemento contenuto all’interno di un insieme di pagine web connesse tramite collegamenti ipertestuali, con la finalità di assegnare una sorta di punteggio.

Tale punteggio concorre, insieme ad altri algoritmi, nella valutazione globale di un sito che peserà ai fini del posizionamento nei risultati di ricerca.

Per questa ragione, da anni, consulenti seo di tutto il mondo offrono tra i loro servizi, attività di link building garantendo prime posizioni sui motori di ricerca.

Perché la link building penalizza

Il problema, come spiegato nell’articolo I falsi miti sulla SEO e gli aggiornamenti algoritmici di Google, nasce quando i motori introducono nuovi algoritmi finalizzati a migliorare la qualità dei risultati. 

La costruzione di scambio link artificiali, inoltre, è una pratica contrastata da sempre e per questa ragione ogni motore di ricerca ha team interni specializzati alla lotta allo spam.

Il risultato diretto dell’introduzione di un nuovo algoritmo destinato a colpire risultati di bassa qualità, oppure link di basso valore, e il contrasto allo spam, si traduce in perdita di posizioni. O nella peggiore delle ipotesi, nella rimozione di un sito internet dall’indice del motore.

Attenzione. Lo scambio link è una pratica assolutamente normale in rete. Anzi, potremmo dire che ne è alla base. Senza i collegamenti ipertestuali, probabilmente non esisterebbe il web per come lo conosciamo.

Ed è proprio questa la ragione per cui i motori spesso fanno fatica ad individuare quale link sia artificiale e quale naturale.

Google, giusto per fare un esempio, raccomanda da almeno il lontano 2001 di non praticare questo tipo di attività

Ma se a distanza di quasi venti anni i motori contrastano ancora questo tipo di attività, è evidente che parallelamente all’evoluzione dei motori, si evolvano anche le pratiche definite in gergo “black hat”. O, come in questo caso, “black seo”.

Classificare link in uscita

Negli anni, sono state intraprese diverse azioni finalizzate ad aiutare i motori a riconoscere meglio i link in uscita all’interno di una pagina web.

Nel 2005 Google introdusse per la prima volta il concetto di nofollow. Ovvero, il googlebot nel seguire un link, di fronte all’istruzione nofollow non ne assegna valore influenzandone il peso globale.

Nella giornata di ieri, invece, Google pubblica nuove istruzioni per classificare link in uscita. Una sorta di evoluzione dell’attributo nofollow che ha l’ambizione di fornire maggiori indicazioni sul tipo di link: sponsored e ugc.

L’attributo sponsored andrebbe indicato ogni qual volta si usa un link per pubblicità, affiliazioni o per quel tipo di contenuti contenenti accordi di compensazione.

UGC, che significa letteralmente, User Generated Content (contenuti generati dagli utenti), andrebbe usato per i link utilizzati all’interno di commenti nei forum o nei commenti all’interno di articoli e post.

L’attributo nofollow, viene spiegato nel comunicato, non perde valore. Ma sarebbe utile iniziare ad utilizzare questi nuovi attributi di default.

Per approfondimenti Evolving “nofollow” – new ways to identify the nature of links